Pro life e non
Ieri scrivendo al Foglio un lettore ha introdotto un termine almeno per me nuovo: “pro death”. E’ terribile, ma esprime assai bene la propensione di chi in casi come quelli di Eluana è teso a dare artificioso spazio a ciò cui naturalmente siamo indirizzati. Dico indirizzati e non destinati perché uno non può avere come destino e come meta la morte. Ci attende il morire, è vero e certo, ma ognuno sente dentro che non siamo destinati alla morte. E’ un paradosso? Forse. Ma è un paradosso affascinante cui ciascuno credo desidera dar spazio. E i casi sono due: o la natura inganna i figli suoi, oppure no.
(non rivisto e non completato, 01 ottobre 2008)