Aggettivi e curiosità
Sul tema della morte cerebrale, la metto lì semplice perché diversamente non sono capace. Credo ci sia una bella dose di cattiva fede da parte di chi attacca l’articolo di Lucia Scaraffia sull’Osservatore Romano e dico perché. Ognuno di noi quando ha sentito pronunciare per la prima volta il termine “morte cerebrale” si è chiesto: cos’è? La prima volta di questa espressione è facilmente, ritengo, per la gente comune l’ascolto del dialogo di un attore, in uno sceneggiato televisivo o giù di lì… Sono pochi, grazie al cielo, quelli che ne hanno appreso il significato da un anestesista, da un rianimatore, da un chirurgo. Approssimando, ma non più di tanto, mi piace immaginarla così: eravamo insomma lì in poltrona, e il dottor Pinco Pallington recita “Signora, suo marito è ormai in stato di morte cerebrale” e mentre a qualcuno di fronte alla scena straziante sgorgava anche una lacrima, sgranocchiando un cracker, ci siam detti: cerebrale? Perché cerebrale? Abbiamo pensato più o meno così, sgomenti, mentre altrettanto sgomento era lo sguardo dell’attrice all’udire l’incomprensibile ma terribile, fin dal suono, designazione. Sì perché fino a quel momento avevamo sentito semplicemente dire: “è morto”. La morte si dice così. E’ morto, è morta. Se uno invece non è ancora morto: sta male. Questo nella quotidianità. Morte cerebrale sembra voler dire invece che uno è morto mentalmente, cervelloticamente: pensa di esser morto e non lo è, è magari un po’ andato di testa. Insomma, morte cerebrale è un termine strano… Ma al di là dei giudizi sull’appropriatezza del vocabolo perché, ci siam detti quella e altre volte, aggiungere un aggettivo? Se la vita finisce c’è la morte. L’aggettivo si aggiunge per specificare, delimitare, circoscrivere. Se delimitiamo, circoscriviamo, che morte è. Se no, come diceva un noto claim pubblicitario dei tempi andati, basta la parola. Perché qui non basta la parola? Ecco, a mio parere già nella scelta del termine, dell’aggettivo “cerebrale” da apporre al fianco di “morte”, sta qualcosa di ciò che ha generato la riflessione di Lucia Scaraffia e che il suo articolo ha messo in evidenza. E cioè: già chi ha introdotto il termine voleva forse indicare qualcosa; io non so cosa. Ma oggi quell’aggettivo torna fuori a dirci che, sì, si può espiantare (si espianti pure, si continui a espiantare quanto si vuole) non si può forse smettere di espiantare (anche perché da quello stato, al momento, non si torna) ma non si può al contempo smettere di indagare, di chiedersi a chi si espianta: se è un vivo o un morto e perciò dove, e quando, a quali condizioni, finisca realmente la vita. Insomma va bene tutto, ok, ma manteniamo in vita almeno un po’ di sana curiosità.