“Rinuncio al figlio” (ma non all’iphone)
Ieri un amico mi ha raccontato di un tale che, nel contesto di una causa di separazione, davanti alla richiesta da parte del giudice circa la quota di sostegno da corrispondere alla moglie per il mantenimento del figlio, ritenendola troppo onerosa (200 euro) avrebbe detto: “rinuncio al figlio”. Ci abbiamo riso tristemente sopra; è come dire “non voglio essere nato in Italia”: non è che puoi cancellare un fatto, non è che uno può smettere di essere figlio o padre. Eppure quell’affermazione c’è stata; e corrisponde a una volontà di rinuncia. Quel padre intende dire: io mi disinteresso di mio figlio, lo abbandono, me ne dimentico. Accade, così come accade che una coppia di benestanti signori romani programmino un parto cesareo lontano dalla capitale e lì facciano nascere la figlia (e meno male) cui con diagnosi prenatale era stata diagnosticata una grave malattia mentale invalidante l’uso intellettuale e della parola, per rinunciare poi a maternità e paternità. Quella bambina, simpaticissima, l’ho incontrata ieri a casa di amici che l’hanno accolta e abbiamo chiacchierato un po’ insieme. Si rinuncia, insomma: uno rinuncia alla figlia, l’altro rinuncia alla moglie, e non per cattiveria ma per incapacità a reggere l’urto della vita, per solitudine e per conseguente pena di se stessi, perchè si prova su di sé, ed esageratamente, quell’amore che invece altri avrebbero da provare per noi; quell’amore che lasciato solo al singolo diventa, può diventare, egoismo o autocommiserazione. Per questo, e così, si rinuncia. All’ipod e all’iphone invece non si rinuncia. Cosa ci vorrebbe allora? Forse un ifiglio, un’ifiglia, un’ivita, un’iEleuana o forse un po’ di compagnia.