Vorrei partire dicendo: il padre di Eluana non ce la fa più. Lo faccio con qualche remora ma lo faccio. Eluana respira, apre e chiude gli occhi, borbotta pare ogni tanto qualcosa. Nessuno di noi sa cosa accada nello stato di coma: cosa esattamente si senta e si provi, se il dolore, se la fame, se la sete. Eluana Englaro potrebbe come tanti svegliarsi, forse. Ma ha un padre che non ne può più: di soffrire, di faticare, di assistere, di viaggiare. Di sperare. Un padre che soffre della sete di speranza che ogni giorno prende la nostra vita quotidiana, gli atti quotidiani della nostra vita: andare al lavoro, portare a casa uno stipendio, trattare col capo, i colleghi, il mondo. Una stanchezza, questa, che prende ognuno e che ognuno conosce: immaginiamola fatta anche di una figlia in coma: è terribile. Le cose van però chiamate col loro nome: questa è eutanasia: eutanasia per Eluana, eutanasia per il padre. Si uccide, con una cosidetta dolce morte, la giovane donna; si uccide al contempo la capacità di combattere e di sperare ancora del padre. Si introduce, per giudizio di corte d’appello, il principio che quando non ce la fai più un giudice, una corte, possa decidere per te. Altro che giustizia, altro che invasione di campo, altro che potere giuridico separato dal potere governativo: questo cui apriamo, volontariamente e in nome di una finta pietà, di un pietismo, le porte è il potere assoluto di uno stato dove tutto è talmente perfetto da non aver più bisogno di essere felici. Chiediamo pure la morte di Eluana (che io spero invece non debba e non possa mai arrivare dal sì di un tribunale) ma poiché nulla sappiamo del suo stare al mondo, combattiamo ed entriamo personalmente armati nella sua camera per questo, oppure preghiamo per questo.