Devo dire che di essere considerato talebano non me ne fotte una fava (nel senso del legume). La mitezza del carattere si accompagna in me a un amore della polemica che è puro divertimento. Gli altri, chissene impippa: non leggano. Ecco perchè torno ancora su Rosalia.
Il sacrificio umano di Rosalia credo sia stato l’unico sacrificio della storia dell’umanità in cui un corpo mummificato, di una bambina, è stato immolato nelll’orgia degli affetti e dei buoni sentimenti per ottenere sostanza per il nulla, altrimenti incapace di esprimersi. Questo, anche, è il social network: luogo dove quotidianamente occorre reinventare qualcosa per ottenere un consenso che diversamente non potrebbe accadere. La ricchezza di esempi si spreca all’interno di Facebook. Strumento lanciato dal geniale Gianluca Nicoletti, che è riuscito a integrare un uso residuale della frequenza radiofonica collegandola ad altrettanti micro eventi, sempre sostenuti da apparati trasmittenti e di registrazione e replica della immagini, supportati dall’online preferibilmente wireless. Come colui che porta il fuoco nel libro di McCarthy, Nicoletti è forte del portare quotidianamente nelle case, nelle auto, forse anche negli uffici, la coscienza di un nuovo utilizzo del mezzo di comunicazione, un mezzo nascente ancora e forse senza nome ancora ma sempre più dilagante, raccogliendo scintille di genialità intuitiva e soffiandoci sopra con sapienza. Ciascuno, poi, piano piano e a sua volta coglie il valore di queste scintille e vuole o pretende crearne di nuove su cui soffiare in autonomia: sa di raccogliere, così facendo a sua volta, particelle più o meno grandi di consenso. Nasce perciò, ma non muore, ogni giorno un frammento di network intitolato a nuovi temi, eventi destinati a durare un giorno o una notte. Il sacrifico di Rosalia Lombardo si situa in questo contesto di desiderio di apparire, di ottenere consenso non importa quanto estemporaneo, di esprimere in fondo un bene di cui ognuno è in cerca e portatore. Non importa quanto consenso abbia raccolto: è accaduto. Appartenenti alla specie umana hanno infranto il millenario rispetto dovuto ai defunti e senza spostarsi da casa, senza fare fatica fisica alcuna, hanno dedicato un loro gesto appartenente alla sfera affettiva a un’icona. E di più: al corpo mummificato che ha involontariamente partecipato alla sua generazione. Chi è il soggetto di quest’atto? E’ l’istanza della volontà di affermarsi, il simulacro della nostra ricerca di bene e di amore. E’ stato perciò, questo atto intitolato a Rosalia Lombardo, a tutti gli effetti la celebrazione di un rito pagano, seppure in età moderna.
Tutto ciò appare in prima battuta slegato da quanto ci circonda nella quotidianità. Facebook è uno strumento a supporto di esperienze di social networking, dove il consenso iniziale si attua facilmente grazie alla formula virale: l’amicizia si stringe per ricerca semplice ma l’introduzione del termine “friends” auspica il consiglio, il suggerimento, l’imitazione, sfruttando le modalità tipiche della relazione umana offline. Tutto avviene perciò nella ricerca del consenso. E’ la stessa logica della vita quotidiana in cui ogni scelta viene guidata dalla ricerca del placet della comunità e delle sue partizioni. Società che ci vuole belli, sani, non ricchi magari ma non troppo poveri. Apprendiamo perciò volentieri delle nuove frontiere o anche delle sole sperimentazioni che la scienza attua, sognando ciò che ci prospetta; sorridiamo alla possibilità che la libertà di scelta possa coincidere con la scelta che sentiamo più immediatamente liberante, sciogliendoci da ogni vincolo alla nostra coscienza poiché vera coscienza non può che coincidere con la libertà di coscienza. Liberiamoci dunque, sembriamo dire a noi stessi, del manto di negatività che ci ritroviamo addosso, liberiamoci dallo strascico dell’esperienza nazista e sdoganiamo finalmente anche la selezione genetica in nome di una già sdoganata selezione dell’umano che ci vuole non poveri, non grassi, non caldi, non troppi. In una parola: non. Questo forse l’auspicio.
Forse. E forse in nome di questo, in Inghilterra sono state preselezionati e poi eliminati sei embrioni giudicati malati in quanto portatori potenziali di tumore; ne sarebbero in pratica nate donne, forse, un giorno, malate di tumore al seno: come mia zia che è morta a 73 anni. Embrioni versus figlio sano. Chi potrebbe dar torto? E del resto, chi darebbe e anzi da consenso oggi a una famiglia che porta consapevolmente al mondo una bimba potenzialmente malata? Chi a una famiglia con figlio potenzialmente down? Chi a una famiglia che si avvia cosciente verso la non ricchezza quando non verso la povertà? Quella di comprendere a prima vista che la piantina è un albero è una capacità che ci commuoveva da piccoli e di cui forse non riusciamo più ad aver rimpianto. Ecco perché Rosalia è solo uno dei molti sacrifici umani. Fa sacrifici umani chi si dimentica degli uomini, chi non sa distinguere insomma né la vita, nè la morte.
E non mi passa mai il pensiero che Hitler era contrario alla vivisezione…