Rieccoci!

3 Marzo, 2009 - Leave a Response

Porca vacca quanto tempo è passato. Quasi un anno senza indirizzo è stata dura ma eccoci qua guareskj.com che è tornato online per la gioia di grandi e piccini. Vediamo che succede… per cominciare visto che questo è stato un anno feisbocchiano segnalo l’articolo sul Foglio di oggi “Facebook in love”. Non c’è ancora tutto quel che sta su il-llogico ma pian piano… Ciao a todos!

Dipende

25 Febbraio, 2009 - Leave a Response

Non so perché col passare degli anni la mia inclinazione alla polemica si accentua ma comunque non è indice di buona capacità di comunicazione. Questo articolo di Repubblica però che mi ha segnalato un’amica riaccende per me i riflettori su di un tema che mi è caro da vent’anni e più: il segno e il suo utilizzo in comunicazione. E’ una passione e non un tema di studio, anche se in passato un pochino lo è stato, e come ogni passione unisce un po’ il bello e il brutto insieme. Il segno è un elemento dotato di significato riconoscibile in modo condiviso sulla base di una convenzione; un insieme organizzato di segni convenzionali utilizzati secondo regole condivise da una comunità è un linguaggio; l’uomo si distingue dalle altre speci per il fatto di avere un linguaggio; un indice si distingue da un segno per la sua natura non intenzionale di trasmettere significato; indici possano diventare segni col variare del contesto in cui vengono utilizzati. Alcuni esempi: il fumo indica la presenza di fuoco ma in determinati contesti indica anche una presenza umana; una finestra chiara nella notte indica una luce accesa ma in determinati contesti indica una persona in una stanza. Creare e organizzare un linguaggio fatto di segnali di fumo o di giochi di luce implica un accordo tra almeno due soggetti e non è cosa facile. Se pensiamo a un’area dove più persone comunichino contemporaneamente con questi metodi è semplice immaginare il caos. La lingua scritta, che è un codice, si avvale perciò di supporti normalmente cartacei, che hanno preso il nome di mezzi, che vengono distribuiti con varie modalità, ovvero canali. Questi hanno, tra le altre, la funzione di circoscrivere un contesto e renderlo riconoscibile. Quando un unico soggetto indirizza un messaggio a una molteplicità di utenti senza che questi possano rispondere simultaneamente con identica modalità, ci troviamo normalmente di fronte a una mezzo di comunicazione di massa o mass media. I mass media nascono cartacei ma si evolvono in altre forme quali radio e tv. Tutti questi mezzi hanno in comune la possibilità di identificare un soggetto dal quale la comunicazione parte e si indirizza ad altri: così per una casa editrice, una testata, una emittente. Cerchiamo ora su Google o nelle reminiscenze di studio il classico schema emittente/destinatario con codice, canale, referente, annessi e connessi e applichiamolo al web. Cosa accade con il web punto uno, due, tre, quattro e quant’altro? (e chi lo sa quanti sono…) Succede che in varie forme e gradazioni lo spazio diventa disponibile ai destinatari e i destinatari stessi appropriandosi di queste forme in varie modalità diventano reciprocamente canale a se stessi; generano poi nuovo codice, diventano codice. Il contesto non è identificabile in quanto frammentato e moltiplicato. Il mezzo si parla addosso: Facebook ti aiuta a convidere… Cos’è Facebook? Emittente? Canale? Destinatario? Codice? E chi è il soggetto della comunicazione? E cos’è uno status: canale, messaggio o emittente? Un profilo con migliaia di add è un soggetto della comunicazione o è un canale, o un codice linguistico? Le pause, perciò, che già nella nostra lingua in continua evoluzione sono impropriamente segnate dalla punteggiatura utilizzata in modo enfatico e quindi ben al là della loro funzione grammaticale, cosa sono e come si si situano? E uno status che varia ogni giorno o che per giorni non varia è un indice, un segno? E in quale ordine si muove? A tutti voi, noi, soggetti, destinatari e segni, buon divertimento.

Geronimo

20 Febbraio, 2009 - 4 Responses

Muore una ragazza, Eluana,  considerata dai più già morta e i suoi genitori non vanno al funerale. Muore e intanto, dal giorno dopo e dal giorno prima, nascono associazioni per libertà di non idratazione e non alimentazione (che tradotto in italiano corrente significa grosso modo: non nutritemi se non ce la faccio a portare da solo il cucchiaio alla bocca); muore ma si urla che è già morta e intanto chiunque la pensi diversamente, pensa cioè che esiste un limite di non conoscenza sullo stato vegetativo di fronte al quale occorre rispettosamente fermarsi, viene accusato di intransigenza talebana.

E’ la vita: ce n’è di vivi che sembran morti e ce n’è di morti che ancora camminano sui due piedi atteggiandosi a vivi. Ma di Eluane presto, o non tardi, molte purtroppo ce ne saranno: di varie età, sesso (o meglio gender, che anche sesso non si può più dire perchè poi ci si ricorda che il sesso è una cosa da cui vien la vita e quindi niente sesso: peggio che all’oratorio) di varia condizione, con o senza genitori e tutori.

Ma questa Eluana mi ha colpito alla fine per una cosa: il funerale mancato, o meglio disertato, dai genitori. Un funerale attende ognuno di noi, ci attende come momento dell’ultimo saluto. Lo si da’ a tutti. Perché stavolta non salutare? Perchè bisognava riaffermare così che era già morta: un corpo respira ed è morto, apre gli occhi ed è morto, deglutisce ed è morto. No, dico, non si saluta chi si finge di non vedere che esista. Ed Eluana non è stata salutata per questo: non poteva esistere.

Insomma è dura. Però c’è ancora qualcuno che non intende arrendersi.

Prova ne sia che in occasione del centesimo anniversario della morte di Geronimo, il famoso e leggendario capo Apache, perfino suo nipote non fa l’indiano: Harlyn Geronimo ha querelato Obama e altre autorità, tra le quali il ministro della difesa, perché pretende la restituzione di ciò che non riesce ad avere: i resti del bisnonno, a suo dire  trafugati e risepolti in parte a Fort Sill nell’Oklahoma e in parte a Yale.  Senza, dice il nipote, non sarebbe possibile effettuare la tradizionale cerimonia indiana e il suo spirito, suo di Geronimo, non avrebbe mai pace. Ecco questo è uno che non si arrende.

Però come mai manca un teschio ai resti di Geronimo? Pare sia stato l’Ordine teschi e ossa degli studenti, a cui appartennero tre generazioni di Bush e lo stesso presidente neo dimesso, ad averli sottratti. Bisognerebbe capire come mai in un paese di chiara ipirazione massonica, esistano almeno due generazioni di presidenti che appartengono o hanno appartenuto a una setta che si dice sia satanica, ma questo è un altro capitolo.

Intanto che capiamo però, noi portatori di bandana, rendiamo onore al grande capo indiano che è morto triste, prigioniero in una riserva Usa, ma comunque indomito e ancora sapendo cosa vuol dire morire tanto da averlo in qualche modo trasmesso  al pronipote. Geronimo lo assimiliamo quasi a Bobby Sands, anche lui morto come prigioniero di guerra e in carcere fino alla fine per la causa dei cattolici irlandesi.

Il grido dei paracadutisti americani, di tutti i ragazzi che per gioco, evocazione o incazzatura hanno almeno una volta gridato a Geronimo e di chiunque altro voglia unirsi, possa fungere da ultimo saluto a lui e a tutti coloro che dei loro cari non hanno per svariati motivi potuto avere il saluto.

Piccolo Cabotaggio

3 Febbraio, 2009 - Leave a Response

Ma cos’è che cerchiamo quando ce ne andiamo in giro per internet (o dobbiamo dire su Facebook, che ormai sembra essere l’unico vero modo d’essere di internet: relazionale o niente)? E questo che si chiama navigare che c’entra con una rete? Da quando in una rete si naviga? In una rete ci s’impiglia semmai. Altri navigavano, ma per mestiere. Ancora Conte ce lo suggerisce: chi siamo noi e dove andiamo noi a mezzanotte in pieno inverno ad Alessandria; chi siamo noi col collo del paltò tirato su nel vento di Torino; ma era già così quando Bastian Caboto andava… Caboto. Lui sì, appunto, per mestiere e per passione. E noi?