Una ragazza, ormai una donna, a tutti nota e che si chiama Eluana, è legata da anni a un letto e a un apparato di alimentazione artificiale; il dolore e la fatica fanno dire a suo padre: basta. Una ragazzina di 13 anni, malata di una grave cardiopatia, sceglie di non essere operata e sceglie così anche la morte preferendola a una vita di sofferenza e cure; i genitori danno il loro assenso. Un famoso medico dice a un convegno pubblico che l’embrione, il feto, il neonato, non è persona e non è individuo. Il Cardinal Martini dice, e a quel medico sembra intanto rispondere assentendo, che non c’è certezza su cosa la vita sia e quali valori rappresenti e da quando. Il presidente, ora eletto, degli Stati Uniti dice che non è affar suo stabilire quando una vita inizi: è perciò pronto ad abolire la linea di cautela fin qui adottata dal suo predecessore e l’America tornerà con lui al sì incondizionato all’utilizzo delle cellule staminali. L’uomo trentenne che, ubriaco alla guida, ha ucciso un anno fa una ragazza di 16 anni oggi non riesce più a reggerne il peso: è depresso, è solo e in solitudine s’impicca chiedendo perdono ai genitori di lei. Andrea Camilleri, scrittore e guru di area culturale progressista, dice pubblicamente che il nostro ministro dell’istruzione non è un essere umano. Su Facebook si inneggia allegramente all’uccisione dell’uomo che è a capo del governo del nostro Paese. Intanto le borse crollano, i mercati vanno a picco, le famiglie indebolite dalla crisi economica faticano ad affrontare il quotidiano. E mentre pare di scorgere, controluce, un filo comune a tutto questo, un filo appiccicoso e umido di ragnatela grigia, qualcuno dice ancora: dai, fermiamo il massacro delle balene e delle foche, e salviamo i cagnolini. I cagnolini e le foche. Hanno occhioni commoventi, le balene, e son lontane da noi miglia e miglia. Gli embrioni, invece, e i piccoli feti, e i bambini piccoli, e i malati terminali sono qui: bavosi e vicini. Spesso brutti e rompenti, o dirompenti con la loro presenza o il loro arrivo, oltre che repellenti nella loro informe piccolezza. Son tutti scomodi poi e affaticanti anche al solo pensarci. E insomma ci sarà sempre un ma. Salviamo le balene, allora, diciamo su Facebook, e salviamo i delfini e diciamolo poi ai nostri piccoli, che si possano commuovere per la nostra gommosa dolcezza di adulti anche se nasconde, spesso, soltanto quel che avanza della nostra bontà. E diciamo no, su Facebook e ovunque, all’ingerenza della Chiesa e a ogni altra parola detta o sussurrata di chiunque e da chiunque sul primato della vita e su qualsiasi valore pretenda d’essere assoluto. Ché il primato assoluto è invece quello del sentimento che si scioglie in pensiero puro, della nostra coscienza in piedistallo e illuminata dal basso. Sì alle aspirazioni di ciascuno, inclusa l’aspirazione triturante del feto, con metodo Karman. Che tanto non si vede.
Obama nell’alto dei cieli
Premetto che, come ho già detto un po’ in giro anche su vari blog, a me Obama sta simpatico e facilmente l’avrei votato. Ma Obama è nero? No. Dal punto di vista tecnico è mulatto. Poi: non è afroamericano; è laureato a Harvard (dove solo una percentuale minima degli studenti americani, bianchi o neri non importa, riesce ad accedere); non ha nulla in comune con la maggior parte dei neri d’America; i suoi avi non sono stati schiavi nelle piantagioni di cotone; ha ricevuto l’appoggio di importanti politici conservatori sia neri che bianchi. La favoletta del bovero negro che ge l’ha fadda ce la possiamo raccontare fra noi fingendo di crederci: da questo a dire che sia vera ce ne passa. Io avrei tutti i motivi politici per contrastarlo: è un democratico, è abortista, non è cattolico e forse neanche cristiano, è diventato, in Italia, il simbolo di un’area di sinistra, dai tratti spesso ancora sinistri anche senza le frange estreme che caratterizzavano la scorsa alleanza di governo. Nonostante tutto ciò l’avrei votato. Oggi chi dice “razza” è trattato come individuo di specie non umana in quanto, si afferma, non conosce le regole della convivenza umana. Così è da quando l’antropologo inglese Ashley Montague, a metà del secolo, scorso introdusse col suo “La razza. Analisi di un mito” il concetto, poi universalmente condiviso, che parlare di “razza umana” sia inconcepibile per l’uomo; da quel libro discendono le risoluzioni dell’Unesco sull’argomento. A me dell’Unesco non me ne frega niente. E oltretutto scopro ieri su Il Foglio che Ashley Montague si chiamava in realtà Israel Ehremberg e che aveva cambiato il suo nome ebraico. Dico, dunque, che io sono di razza umana e che Obama è di razza umana. Entrambi siamo qui per un destino diverso ma identicamente voluto e misterioso. Questo ci accomuna e mi basta. Quindi per me Obama non è abbronzato è negro. E io lo dico e dico che, fossi stato negli Usa, avrei votato un negro. Anche se la sua posizione su: inizio della vita umana, fine della stessa, aborto, è stata da lui trattata fino a oggi in modo pilatesco e indegno di un uomo e quindi ancor meno di un uomo che si propone a presidente della più potente nazione del globo terracqueo. Il valore simbolico di un nero, anzi di un negro, alla Casa Bianca è enormemente superiore a valutazioni di orientamento politico e anche, ritengo, alle conseguenze di queste, che non dipendono, negli Usa come altrove, unicamente dal pensiero del candidato eletto. Obama è, simbolicamente, un negro: non un meticcio, un mulatto, un abbronzato. E qui ha spinto e spinge perché da qui trae la sua forza politica. Non facciamo finta di non capirlo o non saperlo. In realtà è un uomo creato da Dio ed è l’unica cosa che conta su questo strano, politicamente pilotato, argomento. Questo è il motivo per cui, per me, Silvio e le sue carinerie politiche possono fottersi. E con lui chi le strumentalizza a oltranza cercando di divinizzare Barack Hussein con vacui “Obama in excelsis”.
Punto fermo
Voglio dire una volta per tutte che se ancora non è chiaro è comunque così e cioè che la punteggiatura non serve. O meglio: serve poco. Quasi niente. Certamente non serve così come ce l’hanno male insegnata. Non serve a metter pause e a enfatizzare periodi. Serve semmai a concatenarli quando non si ritiene per voglia per tempo o per disimpegno che valga la pena di utilizzare congiunzioni e gerundi che aiutino la lettura. La punteggiatura non serve a dare ritmi e pause né tanto meno ad aiutare la lettura. Serve a chi scrive e non a chi legge. Fai fatica a leggere? Amen. Non leggere.
Halloweekend
Eccoci prossimi alla fatidica data, che ognuno di noi ha motivo per ricordare per una morte che ci ha toccati da vicino o da lontano. La mano ossuta di mia nonna mi teneva stretto mentre mi portava sul vialone che conduce al cimitero di Fontanellato; il viso gonfio di alcool del custode del mio cimitero mi ha fissato stranito quando ho bussato alla porta, che non voleva aprirsi, alle venti di una sera nebbiosa di dicembre dell’85. Erano, quelli, giorni in cui la morte ancora si temeva. E la si irrideva solo talvolta e di nascosto: le ossa dei morti e il pane dei morti venduti nei supermercati e nelle pasticcerie d’infanzia e gioventù li rosicchiavamo e li masticavamo con golosità unità a reverenziale timore. Oggi inizia invece il long week end di chi la morte ha per compagna di vita senza saperne sostenere lo sguardo. Eccoci al week end della morte. Il week end di chi della morte non sa anzi non vuole anzi non può aver paura. E perciò la festeggia pubblicamente in luoghi privati. Dolcetti e scherzetti a noi estranei ci giungono in concomitanza con carnevaleschi cortei del non senso diffuso, dove genitori paurosi del domani accompagnano figli già oggi impauriti tenendoli con mano pingue e molliccia; timori diversi tentano così di sostenersi a vicenda e finiranno nell’irrisione di una festa serale non sapendo dove altrove rivolgersi. Pare un esito, una nemesi: dopo aver invocato per mesi la morte di Eluana, una donna viva, dopo una speranza di morte durata mesi, anzi dopo una morte data per certa da una scienza che pretende di tutto catalogare senza conoscere, dopo mesi di attesa di una morte che solo grazie al Dio misconosciuto tarda a venire, oggi domani e dopodomani si festeggia apocalitticamente una morte che non c’è; una morte ignorata e lontana e al tempo stesso evocata per ignorarla sempre più. Una morte lontana dai cimiteri e dagli affetti, una morte del ricordo fatta apposta per allontanare il ricordo della morte. Una finta morte il cui tratto più terribile non è putrescenza, né dolore, né mancanza d’amore, ma uno sconosciuto non essere. Una morte che oramai, è stato decretato dai cortei studenteschi dell’antieducazione autorizzata da insegnanti e genitori e presidi, è senza neppure la possibilità di un maestro di scuola che ne disegni i tratti; senza possibilità di padri che ne annuncino il senso e poi di amici che ne colmino il vuoto. Ma sotto la maschera plastica della festa notturna anche il sorriso di plastica già s’intravede e si accompagna a occhi rossi sbarrati verso un obiettivo casuale e a un margarita ricolmo del loro nulla. Chi ha un amico, magari non solo su Facebook, se lo tenga e lo segua.